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Alla analisi del tema generale del convegno "Cittadinanza e bioetica" è opportuno premettere la definizione dei due soggetti posti a confronto, e ciò al fine di un corretto inquadramento dello specifico aspetto che mi e stato chiesto di trattare.
Per "cittadinanza" deve intendersi, a mio parere, l'appartenenza ad una comunità umana sostanzialmente uniforme per una serie di caratteri, reciprocamente correlati, quali la cultura, la religione, la mentalità e i comportamenti tradizionali e, in definitiva, per i principi etico-giuridici che ne regolano la convivenza e che in questi caratteri hanno la loro radice spontanea.
Così inteso, l'istituto della cittadinanza, che la storia dell'umanità ha tradotto in termini geo-politici stabilendo i confini territoriali tra i diversi popoli, è in via di estinzione per la sempre più variegata commistione etnica, in parte voluta dalle scelte di fusione tra Stati in confederazioni di dimensione continentale, e in parte subita per effetto dei flussi migratori spontanei provenienti in maggioranza dai paesi del cosiddetto terzo mondo. Un processo questo, notevolmente accentuatosi nei tempi più recenti, che, moltiplicando a dismisura la figura, una volta eccezionale, del "cittadino del mondo", ossia del soggetto privo di fissa dimora demografica, ha prodotto due situazioni contrapposte di cui non si può non prendere atto: da una parte la svalutazione della specifica appartenenza geo-politica del singolo individuo, ovvero della cittadinanza tradizionale, e, dall'altra, come effetto indotto e obiettivamente positivo, la rivalutazione etico-giuridica, almeno sul piano teorico, della persona come tale ossia come soggetto di diritto, indipendentemente dalle sue origini.
La bioetica, definita formalmente disciplina che studia i comportamenti umani nel campo della scienza bio-medica alla luce dei valori e principi morali, collima, seppure relativamente, con la cittadinanza della quale esprime appunto la connotazione etica generale e quindi anche quella specifica riguardante gli indirizzi, cui, nel sentire comune, dovrebbero attenersi coloro che, a diverso titolo, operano nel settore complesso ed in continua evoluzione della ricerca bio-medica e delle sue svariate applicazioni pratiche. Essa esercita la sua funzione in due forme distinte per significato sociale: come terreno di libero confronto di opinioni, utile per gli interlocutori di diversa matrice disciplinare, ma destinato a rimanere sterile nei riguardi degli orientamenti comportamentali collettivi, e come fondamento dottrinale del cosiddetto "bio-diritto", ossia del complesso della legislazione istituzionale in materia bio-medica, tramite il quale la bioetica assume il ruolo importante di normativa, e non solo di commento morale, degli stessi comportamenti.
Occorre prendere atto che in questo suo ruolo di supporto valoriale dell'attività legislativa e perciò di guida, seppure mediata, della scienza bio-medica applicata, la bioetica segue inevitabilmente l'attuale processo involutivo della cittadinanza tradizionalmente intesa. Il sempre più variegato pluralismo etnico, culturale e religioso che caratterizza la comunità nazionale privandola gradualmente della sua propria identità etico-giuridica per trasformarla in una miscela disorganica delle diversità concettuali e comportamentali una volta ripartite in aree geografiche distinte, si traduce infatti in un pluralismo etico, e quindi bioetico, che convive e compete in seno alla stessa comunità nazionale. Ne risulta uno stato di conflitto permanente sul terreno della morale sociale, ulteriormente aggravato nel nostro paese dall'esistenza del fronte, aperto da qualche tempo, tra un'etica "laica", i cui principi sono stati formalizzati nel 1996 dalla pubblicazione di un apposito "manifesto" ed un'etica contrapposta di matrice cattolica, un fronte che riguarda i temi cruciali dell'esistenza umana quali la procreazione, la salute e la morte.
Se il pluralismo etico interno non è da ritenersi un male quando si limita all'attività dialettica tra i cultori della materia, il cui confronto riesce anzi utile per rinforzare o rivedere le diverse linee di pensiero, esso lo diviene sul piano del bio-diritto poiché la contrapposizione di valori e principi morali di riferimento finisce col paralizzare la formulazione delle leggi che su tali valori e principi si fondano o di vanificarne l'applicazione. Esempio recente di questa situazione è la dimostrata incapacità del nostro Parlamento a varare una normativa delle pratiche di fecondazione artificiale in merito alla quale si scontrano tesi inconciliabili, e che rimane pertanto in balia della libera iniziativa degli operatori, producendo situazioni etico-giuridiche di difficile soluzione e talora contrastanti con le leggi vigenti in materia di famiglia e di filiazione.
Il rischio di un pluralismo etico incontrollato è, in altri termini, quello di mettere in crisi il diritto istituzionale e produrre di conseguenza un dissesto sociale pericoloso e ingovernabile nel campo delicato e complesso dell'adozione delle tecniche bio-mediche e presumibilmente in comparti normativi ad esso affini.
Quale soluzione si può proporre per evitare che simili conseguenze si realizzino in seno ad una comunità nazionale già poco predisposta a rispettare le leggi vigenti? In via preliminare, si tratta di decidere se conviene rinunciare all'istituto della cittadinanza, ossia all'identità etico-giuridica propria di questa o quella comunità umana, accettando passivamente la realtà contingente, oppure, al contrario, cercare di recuperarla, ossia di ripristinare regole di condotta ispirate a valori e principi morali di comune condivisione e applicazione.
In termini schematici, di fronte alla situazione confusa e conflittuale che caratterizza la moralità pubblica del tempo attuale, sia sul piano teorico che su quello pratico dei comportamenti, si prospettano tre atteggiamenti alternativi: accettare il pluralismo etico in nome della libertà personale e di gruppo; imporre a tutte le componenti sociali un'etica comune ispirata alla tradizione nazionale; conciliare le diverse etiche che convivono e competono all'interno della società sulla base dei valori e dei principi che le accomunano.
Il primo atteggiamento, che obbedisce alla concezione cosiddetta "particolarista" della bioetica, per cui il suo pluralismo dev'essere la norma da rispettare, equivale a privilegiare la libertà di opinione di ciascuna frazione etnico-culturale della comunità nazionale sulla identità etico-giuridica della stessa, assumendo quindi, come principio informatore di ordine istituzionale, la deregolamentazione etica e assegnando perciò a ciascun cittadino la responsabilità individuale del proprio comportamento. Un atteggiamento questo, coincidente con l'odierno orientamento di di stampo libertàrio e scientista, che lascia immodificata la situazione contingente e che, per quanto si e detto precedentemente, espone la comunità al rischio della deregolamentazione giuridica, almeno nel settore non secondario del "bio-diritto", anche perché in tali circostanze, il principio della responsabilità personale, di per sé indiscutibile, perde la sua validità legale dal momento che, in assenza di una normativa comune di riferimento per giudicare i comportamenti, non si vede a chi il singolo soggetto dovrebbe rispondere delle sue azioni quando queste appaiano contrastanti con i fondamenti etici di un diritto istituzionale vanificato dal prevalere dei diritti di parte.
Il secondo atteggiamento, quello che tende ad imporre alle diverse componenti sociali, ovvero ad ogni cittadino, una bioetica unica, fondata sui valori e principi morali che qualificano storicamente la comunità di appartenenza, pretendendo quindi dagli "stranieri culturali", in gran parte identificabili con gli immigrati dalle più disparate aree geo-politiche, l'assimilazione obbligatoria alla società di cui entrano a far parte, e che equivale perciò al tentativo di recupero d'autorità della cittadinanza rigorosamente intesa, costituisce una strategia impraticabile per contrastare il pluralismo etico e le sue conseguenze negative sull'assetto sociale. Infatti, anche ammettendo la liceità, peraltro dubbia, della difesa ad oltranza dell'identità culturale nazionale e che, a questo scopo, possa identificarsi una autorità etica istituzionale ora inesistente, un simile atteggiamento si tradurrebbe in una arbitraria limitazione della libertà di opinione individuale e di gruppo che, essendo di per se insopprimibile, finirebbe coll'alimentare una sorta di clandestinità bioetica ed etico-giuridica ben più nociva di quanto non lo sia il pluralismo etico manifesto dei nostri giorni.
Il terzo atteggiamento prospettato, quello che mira a conciliare, sulla base di valori e principi morali comuni, i diversi indirizzi bioetici esistenti all'interno della comunità nazionale e che obbedisce alla concezione cosiddetta "generalista" della bioetica, intesa come dottrina di interesse collettivo, rappresenta, a mio parere, il solo capace di evitare, o quanto meno limitare, gli effetti della deregolamentazione etico-giuridica, vale a dire la paralisi e la svalutazione operativa del diritto istituzionale di cui l'attuale pluralismo etico interno costituisce il presupposto non solo teorico. Si tratta di un atteggiamento di attuazione non agevole e tuttavia opportuno e soprattutto appropriato nei riguardi dei sempre più numerosi "cittadini del mondo", ossia di quei soggetti privi di fissa dimora demografica cui si accennava inizialmente, i quali, nonostante questa loro posizione anomala, se inquadrata nello schema tradizionale della cittadinanza, conservano intatte le prerogative umane, che anzi risultano esaltate proprio dall'indipendenza geo-politica, e che pertanto richiedono il rispetto della dignità propria della persona e del complesso dei diritti a questa correlati.
La conciliazione tra le diverse concezioni bioetiche, derivanti dalle diversità culturali originarie o acquisite, in una bioetica unica e comune, capace di uniformare i comportamenti della società superandone l'eterogenicità degli indirizzi mentali, lungi da assumere un carattere compromissorio perché incompatibile con l'etica che vuole regole non ambigue e perciò categoriche, è infatti perseguibile soltanto se l'essere umano in quanto tale, ossia indipendentemente dalla sua appartenenza geopolitica, ovvero culturale e religiosa, ne diviene l'obiettivo primario ed il naturale destinatario.
Alle differenze inconciliabili di opinione che caratterizzano l'attuale pluralismo bioetico, dividendo drasticamente sia i cultori della materia sul piano teorico che la società civile su quello pratico sui temi specifici come l'aborto volontario, la fecondazione artificiale e l'eutanasia, per citare quelli di maggiore rilevanza, l'operazione di unificazione bioetica deve poter sostituire le analogie tra le linee di pensiero contrapposte che sono a monte delle posizioni assunte sui singoli problemi d'interesse morale, avendo come base la inopinabile uguaglianza tra gli uomini sul piano dei bisogni e dei diritti esistenziali.
Il terreno d'incontro in cui va operato il tentativo di conciliazione tra le diverse bioetiche non può essere allora quello della legge naturale che accomuna categoricamente gli esseri umani omologandoli indipendentemente dalla loro individualità, ed i valori di riferimento per una bioetica unica e comune non possono quindi che coincidere con i diritti naturali della persona.
A sostegno della validità di questa tesi e delle possibilità di una sua traduzione pratica, è opportuno far riferimento ad un documento storico di indubbia autorevolezza qual è la "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo" che, pur non avendo una connotazione propriamente bioetica, risalendo ad un'epoca precedente alla nascita di questa disciplina, costituisce un esempio concreto di come le divergenze di opinione d'ordine etico-giuridico, quale espressione delle diversità culturali delle diverse cittadinanze, possano essere superate per il bene comune, quando si assumono come parametri di valutazione e di indirizzo dei comportamenti umani individuali e collettivi i valori superiori propri della persona che, in termini normativi, coincidono appunto con i suoi diritti naturali. Il documento promulgato dall'ONU nell'ormai lontano 1948 e rimasto sulla carta, nonostante l'impegno formale dei paesi firmatari ad applicarlo, meriterebbe quindi di essere riesumato dagli archivi e riconsiderato, almeno nei suoi principi generali, come utile base per concepire quella bioetica unica e comune che ritengo rappresenti oggi un obiettivo necessario.
In questa prospettiva, meritano anche una citazione tentativi in questo senso più recenti e più specifici, perché attinenti propriamente al tema dell'odierno incontro, quali la "Dichiarazione per un'etica mondiale" elaborata a Chicago nel 1993 dal Parlamento delle Religioni mondiali, sulla base dei principi che le diverse religioni, monoteiste e non, hanno formalmente riconosciuto di avere in comune, e gli atti del convegno promosso dalla Fondazione Carlo Marchi e tenutosi a Fiesole nel 1998, in cui si prospetta "Un quadro europeo per la bioetica".
E' mia convinzione che tale strategia conciliativa, in quanto capace di superare il pluralismo etico e bioetico, nella sua forma confusa, conflittuale, sterile e potenzialmente lesiva dell'ordine sociale in cui si sta esprimendo, debba essere perseguita attraverso l'apertura di un tavolo di trattativa, necessariamente di livello sopranazionale, i cui interlocutori potrebbero essere i Comitati Etici nazionali, purché si assegni loro, ed il riferimento è in particolare a quello italiano, l'autorevolezza e la libertà d'iniziativa che compete agli organi istituzionali.
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